Al termine della “semaine de la francophonie” credo sia opportuno fare alcune riflessioni su questo pilastro della nostra storia e della nostra cultura.
Non è necessario ripetere quanto sia stata importante la lingua francese nell’evoluzione della nostra Regione. È tuttavia significativo ricordare che il francese è stato riconosciuto come lingua ufficiale in Valle d’Aosta già nel 1536, e solo tre anni più tardi in quello che oggi conosciamo come “l’Hexagone”.
Fino a metà del XIX secolo, la Valle d’Aosta ha gravitato senza alcun dubbio in un’ampia zona francofona e nonostante i tentativi di italianizzare questo angolo della penisola, andando dal celebre pamphlet «Diritto e necessità di abrogare il francese come lingua ufficiale in alcune valli della provincia di Torino» (1861) del deputato Giovenale Vegezzi Ruscalla fino al divieto di insegnare il francese nelle nostre scuole durante il Ventennio fascista, la comunità valdostana è riuscita a difendere questa particolarità fino ai nostri giorni.
Ma oggigiorno?
Sì, è vero, gli articoli 38 e seguenti del nostro Statuto attribuiscono pari importanza e dignità all’italiano e al francese. Ma è davvero così? Non prendiamoci in giro ma rispondiamo con onestà intellettuale… Quanto siamo ancora disposti a tollerare questa ipocrisia?
Anche se il movimento politico di maggioranza relativa, da 80 anni scrive in calce al proprio organo di informazione “L’UV a comme finalité d’assurer l’épanouissement du caractère ethnique et linguistique du peuple valdôtain”. Ma, in televisione, alla radio, sui giornali, nelle scuole, nella società e financo nelle istituzioni, quale è il livello, la conoscenza e il rispetto di questa lingua con la quale sono state scritte pagine della nostra storia?
È di questo ultimo mese la notizia che la nostra Regione deve mandare a Torino i propri professori di francese per abilitarsi nell’insegnamento… del Francese!
Che serietà e responsabilità!
Analoghe tristi riflessioni devono poter essere fatte anche per il nostro patois, franco-provenzale o arpitano come lo si voglia chiamare. Ci rendiamo conto che siamo avviati verso l’abbandono del nostro particolarismo, base e pilastro della base della nostra autonomia?
Ma forse tutto ci scivola addosso e ce ne accorgeremo quando sarà troppo tardi.




